Le soldatesse del Califfato Islamico

isisdonne

Di Roberta Lunghi

Donne combattenti che ai jeans, al burqa o al niqab preferiscono la cintura esplosiva: così lo stereotipo secondo cui i terroristi islamici siano tutti uomini è stato messo in discussione. Sono donne musulmane di nascita, di adozione e di conversione attirate su internet dai membri dell’organizzazione terroristica Is, nata da una rottura con Al Qaeda, che hanno come scopo quello di reclutare donne in paesi anche occidentali e portarle a lasciare tutto per unirsi al Califfato dello Stato Islamico. Secondo uno studio dell’International Center of Counter Terrorism dell’Aja sarebbero 550 le giovani occidentali che si sono recate in Siria per unirsi allo Stato Islamico e per quanto riguarda lo Stato di provenienza, il censimento conferma la tendenza emersa per gli uomini: il Paese che fornisce il maggior numero di foreign fighters al femminile è la Francia, accompagnata dalla Germania (alcune delle quali sotto i 25 anni e addirittura sotto i 18 anni), poi seguono le donne inglesi (di cui un terzo tra i 15 e i 16 anni), le olandesi e le austriache.

Non esiste un profilo generale di queste donne che dall’Occidente scelgono di raggiungere la Siria e l’Iraq: alcune seguono i mariti che si sono arruolati con l’Isis, altre viaggiano da sole o in gruppo per diventare le spose di eroi islamici, alcune sono istruite e altre no. Al contrario, le ragazze sole che rifiutano il matrimonio sono dissuase dagli stessi reclutatori perché il loro destino nel Califfato di al-Baghdadi sarebbe quello di essere stuprate o vendute come schiave del sesso.  Queste donne, a differenza di quelle arabe che sono combattenti in prima linea, hanno il compito di sostenere i propri mariti e di occuparsi della propaganda sui social media. Questa presenza femminile nei ranghi dello Stato Islamico ricorre ai contatti personali e all’uso dei social per reclutare coetanee da tutto il mondo. Sono ragazze giovani, che come le altre utilizzano Facebook, Twitter e altri canali digitali per convincere future “sorelle” a unirsi alla rivoluzione volta alla costruzione di una società islamica estremista. Una volta raggiunti i territori jihadisti, le donne sono destinate a matrimoni-lampo con uomini sconosciuti con i quali creare una nuova generazione di mujaheddin, cioè nuovi guerrieri.

Il 23 gennaio 2015 è cominciato a circolare su alcuni forum online usati dai miliziani dello Stato Islamico un documento di circa trenta pagine intitolato “Le donne dello Stato Islamico: un manifesto e un caso di studio”. Il documento, che parla estesamente del ruolo della donna secondo la visione dell’IS riguardo l’Islam, sembra sia stato scritto dalla brigata al Khansaa, un gruppo di combattenti donne dell’IS: contiene fra le altre cose diverse indicazioni sui corretti comportamenti che devono assumere le donne musulmane. L’Isis vede il ruolo delle donne diversamente dalla storica organizzazione di militanza islamica di Al-Qaeda: secondo quest’ultima le donne devono essere passive e sottomesse, mentre per l’Isis devono essere subordinate, ma allo stesso tempo chiamate a partecipare attivamente nella costruzione e nel mantenimento del Califfato Islamico. In questo documento in lingua araba, tradotto dalla Quilliam Foundation, l’Isis spiega nel dettaglio la vita delle donne all’interno del Califfato. Le donne hanno cioè un ruolo stabilito da Dio. La prima sezione ricorda che lo scopo fondamentale dell’umanità è quello di adorare Dio e contiene una critica al modello occidentale dell’equità di genere e della condizione della donna, la quale non ha rispettato il suo ruolo di moglie e di madre. L’istruzione e l’educazione musulmana femminile sono indispensabili per crescere le future generazioni, per questo lo studio va garantito alle donne. Possono comunque sposarsi a nove anni, sono relegate in casa e non devono avere un lavoro (solo l’uomo ha il fisico e il cervello per lavorare), se non quello di maestra o di dottoressa secondo le linee guida della Sharia.  Soprattutto si afferma che le donne possono abbandonare il loro ruolo domestico per il jihad se il nemico attacca il loro Paese e se non ci sono abbastanza uomini per proteggerlo, e se gli imam emettono una fatwa (un responso giuridico) in merito.  La vita delle mujharat (le spose pellegrine) è definita per ogni fase della loro vita: dai sette ai nove anni le bambine devono studiare religione, arabo e scienze. Dai dieci ai dodici anni si devono concentrare su come la legge islamica tratta il matrimonio e il divorzio, oltre che sul cucito e la cucina. L’istruzione delle ragazze termina all’età di quindici anni. Secondo la Quilliam Foundation, il fatto che questo documento non sia stato tradotto indica che non è stato scritto per circolare in Occidente: il suo obiettivo sembra essere quello di reclutare le donne dei paesi arabi, oltre che quello di rappresentare l’immagine reale della condizione della donna nel Califfato Islamico.

Il reclutamento delle donne arabe ha portato alla creazione di due brigate, Al-Khansaa e Umm al-Rayan, composte di soli membri femminili che agiscono come corpi di polizia, monitorano le donne musulmane perché obbediscano alle leggi dello Stato Islamico e perquisiscono quelle sospettate di essere uomini mascherati. Umm Al-Areth è il capo di Al-Khansaa a Raqqa e il suo compito è controllare l’applicazione delle norme imposte dalla Sharia; è stata addestrata dal Califfato per punire e torturare altre donne per il semplice fatto di non indossare guanti adeguati o per un velo scomposto che scopre piccole ciocche di capelli. Le vittime vengono letteralmente morse dalle miliziane, le quali utilizzano delle dentiere di ferro che affondano le carni. Ogni brigata conta tra le cinquanta e le cento donne, il cui salario ammonta a circa 200 dollari, ma si tratta solo di stime perché il fenomeno è ancora in veloce evoluzione e con continui reclutamenti.

L’immagine della donna musulmana che emerge dal documento sopra citato sembra scontrarsi con quella impressa nell’immaginario collettivo occidentale di sottomissione e di discriminazione. L’altro lato della medaglia vede, invece, Amnesty International impegnata nella denuncia della violenza dell’Isis contro le donne yazide. Si tratta di bambine, ragazze e adulte appartenenti a una minoranza religiosa dell’Iraq settentrionale, le quali vengono imprigionate, torturate, stuprate e costrette a sposarsi o sono vendute ai militanti dei territori occupati. Nel Califfato Islamico lo stupro viene oggi interpretato dai combattenti dell’Isis come un diritto riconosciuto dall’Islam perché praticato su donne di religione diversa e la sua istituzionalizzazione viene usata anche come strumento di reclutamento per nuovi potenziali miliziani, soprattutto per gli uomini che provengono da società musulmane molto conservatrici dove il sesso è un tabù e frequentare una donna fuori dal matrimonio è proibito dalla legge.

Il modello societario decantato nel manuale islamico non è che un ibrido tra il totalitarismo e l’assistenzialismo, che esenta i suoi “cittadini” dal pagamento delle tasse e offre servizi gratuiti in cambio di fedeltà assoluta ai principi dell’Isis. Proprio tale caratteristica socio-economica costituisce il principale motivo di attrazione per quelle donne che vivono in condizioni disagiate e preferiscono arruolarsi tra le fila dei militanti islamici. A sua volta, il Califfato necessita di donne per i suoi combattenti e in cambio offre un rifugio economico e provvede alle spese di qualsiasi tipo.

Negli ultimi mesi i media hanno raccontato numerose storie: oltre alle tre adolescenti inglesi fuggite a Raqqa, la cronaca ha riportato la storia delle quaranta giovani australiane partite per la Siria o l’Iraq come “spose della jihad” di cui parlò in Parlamento il ministro degli Esteri di Canberra, Julie Bishop. Poi c’è Hayat Boumeddiene, la compagna di Amedy Coulibaly, jihadista che a Parigi aveva attaccato un negozio kosher nei giorni dell’attentato a Charlie Hebdo. Tra i punti più oscuri, ci sono le motivazioni che possono spingere una ragazza a lasciare l’Occidente e lo stile di vita in cui è cresciuta per arruolarsi nello Stato islamico, dove l’idea di donna è ben diversa. Sono pronte ad accettare un ruolo di sottomissione e a rischiare di essere usate come kamikaze o come schiave del sesso.  A volte la decisione può maturare in un contesto di disagio socio-economico, altre volte invece intervengono meccanismi psicologici del tutto personali, che si possono individuare solo studiando il profilo del singolo e che potrebbero derivare dall’oppressione e dalla marginalizzazione avvertite nelle società occidentali. Ci sono poi motivazioni stimolate dalla propaganda islamica e che possono esercitare fascino su certe menti: l’Isis si è presentato come un vero e proprio Stato, come luogo dove potersi trasferire a vivere diventando membri di una sorta di famiglia pronta ad accogliere chiunque sia pronto a spendersi per il jihad. Infine c’è l’idea del mito, sentirsi cioè parte integrante della guerra contro gli infedeli. Per le donne arabe la situazione è differente; alcune di loro si uniscono all’organizzazione dopo aver perso un parente seguendo la logica della vendetta, altre vorrebbero avere lo stesso ruolo degli uomini e altre ancora ricercano una nuova forma di protezione o lo fanno per convinzione.

La percezione nello spazio pubblico e nei media della ragazza musulmana occidentale partita per il jihad è piuttosto quella della vittima di una “manipolazione mentale”, che va a contrastare con la violenza delle brigate femminili, soprattutto al-Khansaa. La donna, che sia sposa o membro di una brigata, è divenuta un’attrice importante di questa costruzione ideologica perché contribuisce a forgiarla, nel loro ruolo di sposa e di madre della prima generazione nata nello Stato Islamico. Gli uomini non accettano le donne arruolate come loro simili, né si tratta di emancipazione, bensì di una forma di strategia mirata a una maggiore copertura mediatica perché vedere una donna realizzare un’operazione kamikaze crea uno shock, un rigetto e una fortissima incomprensione. Quando una donna, però, decide di arruolarsi con l’IS non può tirarsi indietro: Samra Kesinovic, una giovane diciassettenne austriaca, è stata uccisa a martellate dai jihadisti nel novembre del 2015 proprio perché aveva tentato la fuga dalla Siria dove si era recata nel 2004 per unirsi alla causa.

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