L’ultima arma della guerra asimmetrica: gli scudi umani

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Di Vittorio Pecoraro

Nel libro “Guerra senza limiti”, i colonnelli cinesi  Qiao Liang e Wang Xiangsu,  analizzano i nuovi scenari bellici mondiali, affermando che a causa degli stravolgimenti creati dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica, la  guerra non è nemmeno più guerra, quanto piuttosto uno scontrarsi in campi diversissimi. I due militari, descrivendo il metodo della guerra asimmetrica, affermano che è ormai inutile continuare a spendere miliardi di dollari per armamenti e scudi spaziali di difesa quando ormai il pericolo di un attacco non è più legato ad un’azione militare tradizionale ma può avvenire anche da parte di singoli gruppi con investimenti di poche migliaia di dollari.

Questa tesi del 1996, è stata in parte confermata dagli attacchi terroristici del 2001, e comunque la si pensi in proposito, si tratta di una lettura importante per chi vuole riflettere su come la guerra sia cambiata.  Nel conflitto di oggi si sono persi la gran parte degli elementi che hanno caratterizzato la storia militare. Non esistono più le trincee, ma non esiste nemmeno più la pura dimensione statuale della guerra. Gli Stati hanno perso il loro protagonismo a vantaggio delle organizzazioni internazionali e sovranazionali, ma anche di alcune entità transnazionali e di attori sub statuali, come i cartelli criminali e oi gruppi clanici.

E’ sempre più comune assistere ad un conflitto fra forze impari, con uno stato sovrano magari che combatte contro un’organizzazione terroristica. Uno scenario che se in teoria dovrebbe vedere lo scontato e rapido prevalere dello Stato, vede invece il protrarsi di una lunga fase bellica, dove il contendente più debole fa ricorso ad un ampio spettro di azioni al fine di bypassare la forza militare dell’avversario.

Un esempio classico è il coinvolgimento negli scontri della popolazione civile, trasferita coattivamente nei luoghi del conflitto oppure imprigionata nel tessuto urbano.

Seppur il concetto di guerra asimmetrica è relativamente recente, fu dei Nazisti l’idea, mai davvero attuata, di utilizzare la tecnica degli “scudi umani”. Il piano della Luftwaffe era quello di creare dei campi di prigionieri per britannici e statunitensi nei pressi delle grande città tedesche per proteggerle dai bombardamenti.

Con la prima Guerra del Golfo, si assistette al ritorno della tecnica degli scudi umani, adoperata dall’Iraq di Saddam Hussein, e poi utilizzata dai talebani in Afghanistan, da Gheddafi in Libia e da Hamas in Palestina. Sono inoltre dello scorso agosto le immagini delle colonne dei miliziani dello Stato Islamico che scappano da Manbij, in Siria,  dopo un’offensiva di dieci settimane sostenuta dai raid aerei della coalizione anti-Is a guida Usa.

“Mettere deliberatamente dei non combattenti all’interno o attorno agli obiettivi per impedire attacchi nemici”, è illegale secondo il Diritto internazionale ed è espressamente vietato dalla Convenzione di Ginevra, che dichiara: “La presenza o lo spostamento di popolazione o singoli civili non dovrebbe essere usata per rendere determinati punti o aree immuni da operazioni militari, in particolare atti a proteggere obiettivi militari dagli attacchi o difendere, favorire o impedire operazioni militari. Le parti in conflitto non dovrebbero direzionare lo spostamento di popolazione o singoli civili per tentare di difendere obiettivi militari dagli attacchi o per proteggere operazioni militari.”

E’ molto difficile però nella realtà impedire che i civili, protetti a norma del Diritto Internazionale, non siano usati per ottenere un vantaggio militare. Basti pensare a quello che sta accadendo a Mosul, i civili lì sono il grande nodo della battaglia in corso. La loro presenza in città limita moltissimo gli attacchi aerei e questo rappresenta un grande vantaggio per i combattenti del sedicente Stato Islamico. La portavoce dell’Agenzia Onu per i diritti umani, Ravina Shamdasani, ha affermato che i miliziani hanno rapito decine di migliaia di uomini, donne e bambini a Mosul, nel nord dell’Iraq, per usarli come scudi umani nel tentativo di rallentare l’offensiva lanciata dall’esercito iracheno per riconquistare la città.

Anche se  le leggi internazionali proibiscono l’uso degli scudi umani, esse  hanno creato un contesto di legittimazione dove  gli eserciti sono autorizzati ad attaccare le zone “protette” da scudi umani. Nella prassi bisogna limitarsi ad utilizzare un principio proporzionalità:  è possibile attaccare obiettivi legittimi protetti da civili e considerare questi ultimi danni collaterali a patto che questi danni non risultino eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto che ci si aspetta di ottenere dall’azione intrapresa.

In questo scenario il noto giornalista Neve Gordon, della scuola di studi orientali e africani della University of London, tramite Al Jazeera, ha affermato che parlare di scudi umani può essere un  pretesto per le forze filo-governative per giustificare la morte dei civili. In particolare ha messo in guardia dall’utilizzo del termine “ scudi umani” per scopi non descrittivi, come l’uso di difesa legale preventiva che spesso ne viene fatto. In altri termini, se nell’assalto contro il gruppo Stato islamico sono stati uccisi alcuni dei 50mila civili di Falluja, la colpa non è delle forze, sostenute dagli Stati Uniti, che hanno attaccato, ma dello stesso Is, che ha usato in modo illegale e immorale i civili come scudi.

A prescindere dalle opinioni, una cosa sembra certa: la comunità internazionale deve ripensare il modo di proteggere i non combattenti dai nuovi conflitti, visto che la separazione fra civile e militare sta diventando sempre meno netta e visto che la guerra del nuovo millennio si combatte nelle città.

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