Una nuova polveriera africana? L’infinita guerra civile nel Sud Sudan

AP Photo/Jason Patinkin, File

Di Roberta Lunghi

Il paese più giovane al mondo, nato solo cinque anni fa dopo una lunghissima lotta per l’indipendenza, non ha mai visto sorgere il sole. Oggi noto come Sud Sudan, questo paese è stato in guerra sin dal giorno della fine dell’epoca coloniale. I colonialisti britannici l’avevano forzatamente accorpato al Sudan per convenienza amministrativa, ma al nord la popolazione era in maggioranza musulmana e parlava arabo, mentre al sud era perlopiù cristiana e di cultura, etnia e lingua africana. Per questo motivo, dal 1956, anno in cui terminò il condominio anglo-egiziano, l’eterogeneo territorio del Sudan è sempre stato teatro di guerre civili. I primi scontri sono durati fino al 1971, ma la seconda guerra è stata ancora più lunga, dal 1983 al 2005. Le prime trattative di pace che si conclusero nel 1972 non spensero le tensioni che erano all’origine del conflitto, tanto che il 26 aprile del 1983, a Khartoum, l’allora presidente Gaafar Muhammad an-Nimeiry impose la Shari’a in tutto il Paese, provocando proteste violente e una durissima opposizione nelle popolazioni meridionali. Nel 1989 il Fronte Nazionale Islamico capeggiato da Omar al-Bashir, attuale Presidente del Sudan sul quale dal luglio 2008 pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi verso i civili in Darfur, sovvertì il governo democratico di Al Mahdi che era stato instaurato, imponendo una dittatura militare e inasprendo gli attacchi contro la gente del sud. Nonostante la ratifica dell’accordo di pace del 2005, che ha sancito la transizione verso l’indipendenza, a partire dal 2008 sono esplosi di nuovo i conflitti nelle regioni di confine. Il più giovane Stato al mondo è nato il 9 luglio del 2011 dopo che nel gennaio dello stesso anno il 99 per cento dei votanti si era espresso a favore della secessione in un referendum indetto alla fine della guerra civile. L’immediata crisi intestina nella neo nazione è nata dalla difficile coabitazione di due poteri che hanno puntato più sui loro interessi piuttosto che su quelli della popolazione; a dicembre 2013, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir arrivò ad accusare il suo attuale ex vice-presidente Riek Machar di aver organizzato un presunto colpo di Stato e ciò è bastato per riaccendere la miccia. E’ così cominciata una nuova guerra civile molto violenta riconducibile alla lotta di potere tra due fazioni: quella che sostiene Kiir, i cui membri fanno parte dell’etnia Dinka, e quella a favore di Machar di etnia Nuer. Solo nell’agosto del 2014, su pressione della comunità internazionale e dopo numerosi tentativi di mediazione falliti, si è aperto il dialogo con un temporaneo accordo di pace raggiunto ad Addis Abeba che prevedeva la formazione di un governo federale al termine di un primo periodo di transizione. Per porre un freno alle violenze, soprattutto gli Stati Uniti hanno puntato su una strategia diplomatica aggressiva, minacciando di imporre pesanti sanzioni economiche e l’embargo sull’acquisto di armi al governo del Sud Sudan qualora Kiir non avesse seguito l’esempio di Machar firmando l’intesa. Il patto prevedeva la fine immediata dei combattimenti e la deposizione delle armi da parte di soldati e guerriglieri entro trenta giorni, la liberazione di tutti i prigionieri e dei bambini-soldato, la demilitarizzazione della capitale Juba, la formazione di una sorta di “guardia nazionale” che avrebbe dovuto assorbire le forze di polizia. Inoltre, era prevista l’istituzione di una commissione d’inchiesta per vigilare sul processo di riconciliazione e per indagare su migliaia di casi di violazione dei diritti umani; mentre le forze governative chiedevano che la transizione durasse almeno trenta mesi per procedere alle libere elezioni, i ribelli spingevano per avviare immediatamente un esecutivo. L’accordo finale non è quindi stato raggiunto e le elezioni previste per il 2015 sono state rimandate.

Oggi il Sud Sudan avrebbe dovuto celebrare il suo quinto anno d’indipendenza dal Sudan, ma i festeggiamenti hanno avuto breve durata. L’8 luglio scorso a Juba sono scoppiati nuovi scontri. Fin dai primi mesi dalla sua indipendenza, il governo del Sud Sudan non si è mostrato in grado di governare con efficienza, non solo a causa delle divisioni etniche ma anche per una controversia intensa con il Sudan per la gestione e vendita del petrolio. Parlare di conflitti etnici è troppo semplicistico; una delle cause dello scoppio della guerra civile è stata la corruzione, che sempre di più si è andata espandendo all’interno del paese dopo la sua indipendenza, soprattutto a causa della grande povertà che caratterizza tutta la regione. Nel sud, dove la popolazione locale era stata perseguitata per decenni, si trovano circa l’80 per cento delle risorse petrolifere di tutto il paese, mentre il nord presenta un territorio quasi totalmente desertico e ciò non permette lo sviluppo di attività agricole. Partendo da quest’assunto è facile intuire perché il governo centrale di Karthoum abbia sempre mostrato una certa resistenza verso le richieste di autonomia dei territori meridionali. Il sud non dispone però di sbocchi sul mare e di strutture per commercializzare il greggio: gli unici oleodotti presenti corrono verso nord, fino a Port Sudan, dove il greggio viene raffinato e poi esportato. I due Stati sono quindi indipendenti, ma ciò non ha facilitato un accordo stabile per la spartizione dei proventi, tanto che nel gennaio 2012 il governo di Juba ha deciso di sospendere le estrazioni come strumento di ritorsione verso il popolo guidato da al-Bashir, danneggiando però anche la propria economia.

Quello dell’11 luglio scorso non è stato un episodio tra tanti. Un centinaio di soldati ha fatto irruzione al Terrain Hotel, l’albergo delle organizzazioni non governative straniere nel cuore della capitale Juba, ad appena un chilometro da una base dei peacekeeper della missione delle Nazioni Unite UNMISS. Creata nel 2011, la missione dell’Onu in Sud Sudan doveva garantire il mantenimento della pace nel paese. Nonostante i dodicimila caschi blu (ai quali si aggiungono civili, poliziotti e altro personale), la missione non sembra in grado di affrontare le recenti esplosioni di violenza, già annunciate negli ultimi mesi da numerosi osservatori. Le forze presenti sul territorio sono regolarmente accusate di non fare abbastanza per proteggere i civili che sono tra le vittime principali dei combattimenti. Ad agosto, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha istituito una Commissione di indagine indipendente per valutare l’operato di UNMISS. Secondo il rapporto, durante la crisi UNMISS non ha risposto in maniera efficace alle richieste di aiuto, a causa della mancanza di una leadership forte e della scarsa coesione tra i vari contingenti della missione (provenienti dalla Cina, dall’Etiopia, dal Nepal e dall’India). Il rapporto parla di un atteggiamento generale di grande superficialità; per esempio, riferisce di un assalto contro una donna compiuto vicino all’entrata del complesso dell’ONU, sotto gli occhi dei peacekeeper di UNMISS, i quali non hanno reagito alle richieste d’aiuto.

Il New York Times in un editoriale ha così definito la situazione del Paese: «Lo scontro politico ed etnico tra il Presidente Salva Kiir e il suo ex vice-presidente Riek Machar è arrivato a essere una delle guerre più crudeli, ingestibili e senza senso di tutto il continente africano, una di quelle che più è peggiorata senza sosta». Quasi la metà dei suoi dodici milioni di abitanti si trova in una situazione di grave malnutrizione, il sistema sanitario nazionale non è in grado di affrontare la rapida diffusione del colera e a Juba l’assistenza alimentare alla popolazione viene fornita per circa il 75 per cento dalle organizzazioni non governative e dall’ONU. I bambini vengono rapiti e arruolati forzatamente in milizie armate per combattere e molti dei crimini compiuti dal governo non vengono raccontati anche a causa delle pessime condizioni in cui si trovano i media nazionali, oltre che per le difficoltà logistiche a raccogliere le testimonianze delle violenze dato che molte parti del Sud Sudan si trovano in regioni difficilmente raggiungibili per la mancanza di strade e altre linee di comunicazione.

«Le violenze potrebbero aumentare attraverso un’ottica etnica in vista di un possibile genocidio », ha recentemente dichiarato il senegalese Adama Dieng, Consigliere speciale Onu per la prevenzione dei genocidi, appena tornato da una missione nel Paese. Secondo UNHCR, il numero di rifugiati sud sudanesi nei Paesi vicini ha superato il milione, mentre la ripresa dei violenti combattimenti ha costretto oltre 185mila persone a fuggire dal Sud Sudan solo tra luglio e metà settembre di quest’anno. Secondo il resoconto della portavoce di UNHCR Melissa Fleming, il numero di migranti in fuga dal Sud Sudan verso l’Uganda è raddoppiato, arrivando a un totale di 52mila rifugiati dall’inizio degli scontri e allo stesso modo il Kenya ha registrato l’arrivo di mille rifugiati, mentre altri settemila si sono diretti in Sudan. Questi esodi, oltre a favorire nell’immediato i network criminali che gestiscono il traffico di armi, beni preziosi ed esseri umani indirizzandoli verso il Mediterraneo mediante le rotte saheliane e sahariane, rischiano di peggiorare gli instabili equilibri regionali.

La tesi è che le missioni dell’Onu stiano attraversando una crisi di legittimità dovuta a vari fattori. C’è soprattutto un problema di risorse, legato alle divergenze politiche tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, ma anche una divisione iniqua del lavoro, in quanto le missioni sono finanziate soprattutto dalle grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti, mentre a inviare soldati sono perlopiù Paesi poveri.

Il Sud Sudan è un paese nuovo, molto fragile e situato nel cuore di una regione complessa. È oggetto di alleanze incrociate, al punto che i combattimenti in corso rischiano di far salire le tensioni tra i paesi vicini. Il presidente Salva Kiir è sostenuto dal vicino Uganda; durante la guerra civile (2013-2015) un corpo di spedizione ugandese era accorso a Juba e nei suoi dintorni ed era stato il Sud Sudan a pagare il conto dell’intervento militare, ma oggi le sue casse sono vuote. Contemporaneamente l’Etiopia, un altro paese confinante, è ostile a questa alleanza e ha cercato di trovare dei compromessi con i due belligeranti, ma è sempre stata più vicina a Riek Machar. L’interesse primario etiope rimane di fatti quello di dare stabilità a un paese suo vicino con il duplice obiettivo di mitigare la pressione dei profughi lungo il proprio confine, e avere un fidato alleato in un contesto geopolitico regionale caratterizzato da nemici storici (Eritrea), Stati falliti in ricostruzione (Somalia), competitori per l’egemonia politico-economica regionale (Kenya) e per lo sfruttamento di risorse naturali (Egitto, Sudan). Alcuni membri del principale movimento armato del Darfur, il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), ostile a Khartoum, hanno invece ingrossato le fila di Salva Kiir nell’ultima fase del conflitto. L’Egitto, ex potenza coloniale, è sempre stato un alleato del Sudan e si é opposto fin dall’inizio alla creazione di uno stato indipendente a causa degli interessi sul Nilo. E’ inoltre probabile che si confermi l’attivismo della Cina, primo partner commerciale dell’Africa, interessata ora a un’alleanza strategica con il continente anche sui temi della sicurezza. La prima partecipazione di Pechino a una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite è cominciata lo scorso anno, proprio in Sud Sudan e i caschi blu cinesi sono più di mille, il cui compito è favorire la stabilità in una regione chiave per il fabbisogno energetico di Pechino.

Non possiamo ancora parlare di una polveriera vera e propria, piuttosto di un quadro regionale fragile che, se dovesse proseguire l’inasprimento del conflitto oggi in corso, minaccia di avere gravi conseguenze.

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