Un anno di antiterrorismo in Francia

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Di Valerio Moneta

Poco più di un anno fa Parigi venne sconvolta da attacchi terroristici, messi in atto da commandos armati appartenenti all’IS, che causarono 130 morti. Furono gli attacchi più gravi di sempre su territorio francese dalla seconda guerra mondiale ad oggi e cambiarono radicalmente la vita dei parigini e di tutti i francesi.

Gli attacchi del novembre 2015 hanno spinto il Presidente François Hollande a una escalation nella guerra contro IS, che si svolge sia nel teatro mediorientale, sia dentro casa. Non dobbiamo infatti dimenticare che la Francia, paese che ospita la più grande comunità musulmana d’Europa, è anche il paese europeo da cui proviene il maggior numero di foreign fighters.

L’insieme degli strumenti legislativi, nonché delle misure antiterrorismo varate dal governo francese, è ampio.

Dal 13 novembre 2015, giorno degli attentati, vige in Francia l’etat d’urgence, ovvero un regime particolare di stato di emergenza decretato durante situazioni ritenute eccezionali. Già messo in atto nel 1955 durante la guerra di indipendenza dell’Algeria e nel 2005 dopo le rivolte delle banlieue parigine, lo stato di emergenza nelle attuali circostanze è stato prolungato più volte (l’ultima dopo l’attentato di Nizza lo scorso luglio) e permarrà sino alla fine di gennaio del 2017.

La legge che istituisce lo stato d’emergenza mira in sostanza a rafforzare i poteri delle autorità amministrative, specialmente i prefetti, e a limitare le libertà pubbliche.

Le nuove misure adottate prevedono una serie di provvedimenti speciali: i prefetti possono dichiarare il coprifuoco, bloccare la circolazione, impedire le manifestazioni pubbliche e chiudere luoghi come locali e bar.

La legge consente di controllare i mezzi d’informazione e permette alle forze dell’ordine perquisizioni domiciliari sia diurne che notturne. Non serve più l’autorizzazione del giudice per indagini legate a questioni riguardanti il terrorismo.

Inoltre, sono stati introdotti controlli più stringenti ai confini del paese transalpino, si è espansa l’autorità statale relativamente all’espulsione di cittadini con doppia nazionalità sospettati di terrorismo e sono stati previsti 10 mila posti di lavoro nel settore della sicurezza nei prossimi cinque anni.

Quali risultati concreti hanno prodotto queste misure nella guerra decretata dallo Stato francese al terrorismo islamista?

I dati in nostro possesso dimostrano che le disposizioni intraprese dall’Eliseo non hanno avuto l’efficienza sperata, soprattutto se confrontate con la mole di perquisizioni e controlli effettuati.

Come afferma Le Monde, i dati ufficiali ci dicono che dal 14 novembre 2015 al 7 gennaio 2016, sono state eseguite 3021 perquisizioni amministrative, in cui sono state riscontrate 464 infrazioni, 25 delle quali legate al terrorismo. Solamente 4 però hanno dato seguito a procedure di antiterrorismo. I restanti 21 reati sono legati alla “apologia di terrorismo” , un delitto entrato a far parte del Codice Penale nel 2014 e che si configura per il fatto di provocare direttamente degli atti di terrorismo o di farne pubblicamente l’apologia. Un reato assai controverso, in quanto non si riferisce ai comportamenti, ma alle opinioni che si hanno su eventi collegati al terrorismo.

Questi dati, sebbene parziali, ci dicono che in realtà le misure previste non abbiano effettivamente avuto  un impatto sostanziale, almeno dal punto di vista numerico, nella lotta al terrorismo. La sproporzione tra i controlli e i risultati appare eccessiva, se valutata in termini di efficacia.

Ma c’è anche un altro punto di vista che bisogna tenere in considerazione, per mettere in luce un pericolo che, alla lunga, potrebbe rivelarsi il pericolo più insidioso.

Occorre infatti tenere presente che l’insieme delle misure emergenziali, sebbene necessarie in una situazione di questo tipo, contiene in sé la potenziale diminuzione delle libertà dei cittadini.

Esiste il rischio che provvedimenti e misure di natura eccezionale divengano la regola, o addirittura si voglia costituzionalizzare l’emergenza (Hollande ha già chiesto una revisione della Costituzione per introdurre disposizioni contro il terrorismo). In tal modo le autorità, e alcuni settori della popolazione, potrebbero finire per assuefarsi all’uso di questi strumenti straordinari, considerati come il “male necessario”.

Il dispiegamento di 10.000 militari sul suolo francese previsto dall’Operation Sentinelle, con il controllo degli obiettivi sensibili, rischia di portare a una militarizzazione permanente della società, minacciando le libertà civili.

Sono avvenuti casi in cui persone hanno passato notti in caserma, hanno subito violenze o sono state per diverse settimane agli arresti domiciliari, senza poi essere incriminate di qualche reato.

Le stesse libertà, indipendenza e pluralismo dei mezzi di informazione sono state minate dai provvedimenti in atto, in particolare dal disegno di legge, approvato il 18 luglio, che introduce nuove limitazioni alla protezione delle fonti giornalistiche. Inoltre anche la sorveglianza del web è progressivamente aumenta. I social media ad esempio risultano fondamentali per il controllo di personalità sospette, in quanto possono suggerire l’affiliazione o l’aperto appoggio degli atti di terrorismo, così come sono molto importanti per quanto riguarda il reclutamento di militanti estremisti. Il controllo della rete servirebbe anche a tracciare eventuali trasferimenti fondi sospetti atti a finanziare una cellula terroristica, e proprio per questi motivi è stato richiesto ai vari provider Internet di fornire alle autorità i dati e le informazioni sui propri utenti.

Lo stato di emergenza prolungato ad oltranza finirebbe fatalmente per mettere in discussione lo stesso stato di diritto, creando da un lato una mancanza di fiducia nelle forze di sicurezza e nel ruolo della legge, dall’altro producendo un abbassamento della soglia di protezione dei diritti umani.

Tutto ciò senza peraltro scongiurare il pericolo di ulteriori e futuri attacchi terroristici.

Gli assassini che hanno organizzato e compiuto gli attentati di Nizza e della chiesa di Rouen, infatti, non erano rientrati nei controlli previsti dallo stato di emergenza.

Vi è insomma il pericolo di un abuso dello stato di emergenza, che inevitabilmente produce danni collaterali e genera categorie più vulnerabili di cittadini, con un’appartenenza alla nazione più fragile e maggiori discriminazioni. L’inevitabile corollario di ciò sarebbe la radicalizzazione di elementi che possono essere reclutati dall’IS. Ovvero l’esatto contrario di quello che i governi cercano di prevenire.

Le misure adottate in Francia avranno anche una portata e una valenza politica , infatti basti pensare che politicamente lo stato di emergenza si basa sulla “unità nazionale nella guerra al terrorismo”.

A pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2017, il Presidente Hollande si gioca buona parte della sua campagna per la rielezione sul campo della sicurezza interna. Argomento più volte abbracciato e ribadito anche dalle forze populiste in costante ascesa.

Si apre quindi la questione dell’efficacia e dei risultati politici dei poteri e delle misure di emergenza, che se non sono adeguatamente salvaguardati dagli abusi e dall’illimitato prolungamento generano danni profondi alle norme e ai valori su cui si regge un governo democratico costituzionale e allo stessa funzione della legge.

Sia la temporanea restrizione dei diritti fondamentali dei cittadini, legata al venir meno del principio di proporzionalità tra le misure adottate e le esigenze della situazione, sia il pericolo di deterioramento della situazione interna francese, potrebbero rischiare di rappresentare una vittoria politica dei terroristi e delle forze antidemocratiche.

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