Gli strumenti dell’antiterrorismo in UE: Eurojust e Europol

Di Valerio Moneta

Il fenomeno del terrorismo, e in particolare quello dei foreign fighters, richiede strumenti effettivi e un approccio comunitario comprensivo e cooperativo. Si tratta difatti, di un problema dell’Unione Europea, più che dei singoli Stati membri, che può essere affrontato solo attraverso uno sforzo comune, data la proliferazione di gruppi e attacchi terroristici. Un pericolo vivo non solo nelle agende dei leader politici ma anche negli occhi dei cittadini europei.

Gli strumenti legali per contrastare l’offesa terroristica costituiscono la base per un’adeguata e reciproca cooperazione che va oltre le frontiere nazionali. Nell’UE esistono da anni tali strumenti, che sono in via di perfezionamento e aggiornamento.

La Decisione Quadro 2002/475/JHA rappresenta il principale strumento legale per combattere il terrorismo. Nell’art. 9 affronta un punto cruciale della cooperazione giuridica, prevenendo i conflitti giurisdizionali e prevedendo la cooperazione dell’azione tra le autorità giudiziarie sin dall’inizio delle indagini in caso di azioni terroristiche. A tal fine gli Stati membri possono ricorrere a qualsiasi organismo o meccanismo stabilito nell’UE, come ad esempio il network Euro Just, l’unità di cooperazione europea che mira ad aumentare la collaborazione e favorire l’efficienza delle azioni della autorità locali. Recentemente la Commissione ha presentato una proposta di direttiva volta ad aggiornare la Decisione Quadro per ampliare la qualificazione del reato riguardo al fenomeno dei combattenti terroristi stranieri.

La Decisione del Consiglio 2005/671/JHA rappresenta il più importante atto concernente lo scambio d’informazioni e la cooperazione antiterrorismo a tutti i livelli delle procedure giudiziarie. Attraverso questo strumento, è assicurata priorità assoluta alle necessità dell’azione di contrasto e si prevede l’acquisizione di ogni informazione e dato investigativo rilevante (inclusi documenti, file, etc.), l’invio di questi dati a Europol ed Euro Just, così come agli uffici degli Stati membri che li richiedono.

Una particolare attenzione va posta sugli Joint Investigation Teams (JITs) introdotti nel 2002, che consistono in squadre composte di pubblici ministeri, giudici e ufficiali di polizia di diversi Stati membri, istituite per limitati periodi di tempo e su specifici obiettivi per sviluppare indagini in più paesi con un’azione combinata.

Euro Just ed Europol stanno offrendo sostegno agli JITs, che negli ultimi anni hanno visto una crescente partecipazione degli Stati membri. L’utilizzo ottimale degli JITs – con la partecipazione anche di paesi terzi e l’utilizzo di indagini sotto copertura – può effettivamente condurre a una migliore risposta investigativa transfrontaliera nella lotta contro i foreign fighters, così come al traffico di armi da fuoco illegali, al finanziamento del terrorismo e all’individuazione di nuove piste di indagine.

L’EIO (European Investigation Order) costituisce un’altra forma di cooperazione comunitaria, basata sul riconoscimento reciproco delle decisioni processuali e giudiziarie. Questa misura può essere applicata in tutti i casi di investigazione per trasferire e acquisire prove in possesso di altri Stati. Tale strumento legale può rivelarsi di estrema utilità nel caso di procedimenti contro i foreign fighters.

Sulla stessa linea di rafforzamento delle misure di cooperazione giudiziale, troviamo il Mandato di Arresto Europeo (EAW), un altro strumento essenziale per rendere effettivo il principio del reciproco riconoscimento nel campo delle indagini criminali, che è volto a rimpiazzare il complesso e lento meccanismo dell’estradizione fra paesi europei. Alla luce dei fatti l’EAW ha dimostrato di essere uno dei mezzi più efficaci per combattere la criminalità transnazionale.

Nella struttura legale UE ulteriori aspetti che vanno evidenziati sono quelli che si riferiscono al fermo, al sequestro e alla confisca di beni illeciti, all’antiriciclaggio, che rappresentano misure indispensabili per contrastare il flusso finanziario che va ad alimentare le attività terroristiche. Nel mese febbraio 2016 la Commissione ha pubblicato un piano d’azione destinato a rafforzare la lotta al finanziamento del terrorismo che contiene in totale 20 misure da adottare, tra cui proposte di atti legislativi e azioni non legislative. ECOFIN ha accolto con favore questo piano, in particolare le modifiche alla direttiva antiriciclaggio e la rapida attuazione delle misure di congelamento dei beni.  Esiste inoltre dal 2010 un programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP) fra UE e USA che ha generato decine di miglia di indizi e si è dimostrato valido per rafforzare la capacità di mappare le reti terroristiche.

L’Unione Europea dispone quindi di numerosi strumenti di lotta al terrorismo, sia per quanto riguarda la prevenzione dei rischi sia per quanto riguarda il perseguimento giudiziario transnazionale dei singoli terroristi o di gruppi terroristici. Il coordinamento delle diverse forze nazionali di polizia all’interno dell’Unione Europea risulta a questo fine estremamente necessaria, proprio per garantire un’uniformità di intervento in casi giudiziari comuni e per la condivisione di expertise.

L’agenzia di polizia europea Europol è stata rafforzata proprio durante il 2016 grazie alle nuove regole di governance approvate dal Parlamento Europeo, su proposta della Commissione Europea. La strategia 2015-2020 si fonda su tre priorità: la prevenzione di terrorismo e radicalizzazione, la lotta al crimine organizzato e quella contro la ciber-criminalità. Tra le novità si riscontrano il potenziamento del mandato dell’agenzia garantire la piena operatività nel contrasto dell’aumento dei crimini transfrontalieri e delle minacce terroristiche. Nello specifico, è stata istituita un’unità specializzata per rispondere immediatamente alle minacce emergenti, coadiuvata dal Centro Europeo antiterrorismo (ECTC). L’ECTC funge da polo d’informazione antiterrorismo per le autorità di contrasto negli Stati membri dell’UE, fornisce sostegno operativo e strategico, coordinamento e conoscenze specialistiche per le indagini degli Stati membri, anche in merito all’utilizzo dei media sociali a fini di radicalizzazione. Un’importante novità introdotta dalle nuove regole, sarà rappresentata dalla possibilità di scambio di informazioni fra Europol e soggetti privati come provider informatici e aziende, fattore fondamentale soprattutto nell’era dei social network, utilizzati dai vari gruppi terroristici per la radicalizzazione e il reclutamento. Grazie a questa nuova funzione l’Europol potrà direttamente chiedere che un profilo o una pagina di un social network affiliata all’IS venga eliminata, fermando velocemente la propaganda sul web.

L’obiettivo di Bruxelles è dunque quello di rafforzare la collaborazione tra gli stati, tuttavia l’approccio è di nuovo confederale piuttosto che federale, risultando in una collaborazione degli strumenti dei diversi stati, invece che nella nascita di vere e proprie strutture sovranazionali europee.

Il coordinatore dell’antiterrorismo dell’UE Gilles de Kerchove, nel rapporto dello scorso marzo sullo stato di avanzamento delle misure concordate, fa presente che è necessario un maggior contributo da parte di tutti gli Stati membri nella condivisione di informazioni e di liste di persone legate al terrorismo. Il sistema di informazione di Europol contiene infatti solamente 1473 combattenti terroristi su una stima di 5000 cittadini europei che si sono recati in Siria e Iraq per unirsi al Daesh.

Sebbene l’Unione Europea abbia fatto passi in avanti e abbia dispiegato diversi strumenti tesi alla lotta al terrorismo, necessita di una vera e propria integrazione a livello sovranazionale affinché gli sforzi risultino ancora più efficienti. Il problema risiede però in buona parte nella gelosia degli Stati UE a fornire a organizzazioni comunitarie, e ad altri stati, dati sensibili e informazioni di intelligenze e sicurezza, prerogative appannaggio dei singoli stati che con sempre più reticenze vogliono condividerle. Motivo per il quale una vera e propria rete antiterrorismo europea fatica a decollare definitivamente, creando effetti controproducenti agli interessi degli stessi stati nazionali, che gioverebbero da una maggiore collaborazione e condivisione di strumenti e capacità messe in campo per affrontare un problema, quello del terrorismo, da cui nessuno può sentirsi al sicuro.

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