La cooperazione antiterrorismo in Europa: il caso Abdeslam

Di Valerio Moneta

Il pericolo del terrorismo in Europa richiede l’attuazione di politiche di sicurezza atte a fronteggiare il problema in maniera efficace e rapida, in particolare per quanto riguarda questioni di perseguimento giudiziario e ricerca dei terroristi nel continente. Il recente caso della ricerca e del successivo arresto del terrorista Salah Abdeslam, autore e mente degli attacchi che sconvolsero Parigi e la comunità internazionale nel novembre dello scorso anno, è significativo per comprendere al meglio la cooperazione fra due Stati in materia di antiterrorismo.

Se c’è un aspetto positivo emerso dagli attacchi terroristi commessi negli ultimi anni nell’Unione Europea, esso non può che riferirsi alla consapevolezza dell’identità e dell’operatività transnazionale dell’islamismo jihadista e dunque della necessità di una più efficace cooperazione degli Stati membri per assicurare una riposta adeguata.

Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e quelli di Bruxelles del 22 marzo 2016, la Francia e il Belgio si resero immediatamente conto della urgente necessità di stringere una più intensa collaborazione a livello di intelligence e di realizzare azioni antiterrorismo comuni.

A questo proposito il Primo Ministro francese Manuel Valls e il suo omologo Belga, Charles Michel, annunciarono la creazione di un sistema di informazione condiviso, prolungando ed espandendo lo scambio multilaterale di informazioni riguardanti l’antiterrorismo.

Il ministro francese della giustizia propose anche di istituire un Ufficio di collegamento a Bruxelles per fronteggiare casi rilevanti.

Su richiesta delle autorità francesi il 7 dicembre 2015 è stata istituita presso Europol la task force Fraternité per il sostegno a lungo termine delle indagini antiterrorismo. Oltre 60 agenti dell’Europol furono assegnati alle attività di sostegno di prima risposta.

Queste misure richiedono evidentemente una volontà di mettere in comune risorse di intelligence, professionalità e conoscenze, superando l’approccio della lotta al terrorismo come problema interno.

Quando il terrorista Salah Abdeslam, cittadino francese naturalizzato belga, è stato arrestato il 18 marzo dopo 127 giorni di fuga, con una operazione delle forze speciali di polizia nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles, il fatto è stato descritto come un successo comune da parte francese e belga.

In realtà l’arresto chiuse una tensione politica e diplomatica tra Francia e Belgio iniziata all’indomani degli attentati del 13 novembre. Parigi accusò le autorità e la polizia di Bruxelles di inefficienza e di aver chiuso un occhio sulle cellule radicali che da anni si erano stabilite nei quartieri popolari di Bruxelles. Diverse critiche sono infatti state mosse alle inefficienze del sistema di sicurezza belga, in gran parte dovute alla “politicizzazione” e alla “frammentazione della polizia e della magistratura”, che avrebbero favorito la proliferazione di gruppi terroristici senza aver saputo disporre efficienti contromisure.

Le falle nella comunicazione e collaborazione tra le intelligence e le polizie di Francia e Belgio, che tenevano sotto controllo diversi terroristi, sono state giudicate subito dopo gli attentati come uno dei motivi per i quali gli jihadisti hanno potuto agire quasi indisturbati durante gli attacchi. Si venne a sapere infatti  che quattro persone coinvolte negli attentati di Parigi, tra le quali lo stesso Abdeslam, facevano parte di un elenco, risalente a giugno 2015, di 85 persone legate al terrorismo o a organizzazioni fondamentaliste. Nessuna delle persone dell’elenco è stata però arrestata né incriminata poiché non avevano commesso reati particolari all’epoca.

Tuttavia, il Presidente francese Hollande, dopo la cattura di Abdeslam, ebbe modo di evidenziare che “fin dagli attacchi, ma anche prima degli attacchi, c’è sempre stata un’intensa cooperazione tra Francia e Belgio. La cooperazione è fra servizi di intelligence e anche fra unità di polizia, e vi ricordo che la polizia francese era presente durante l’arresto. La cooperazione è anche giudiziaria: è stato spiccato  un  mandato di arresto europeo per Salah Abdeslam e non ho dubbi che le autorità competenti attiveranno rapidamente la richiesta di estradizione, e so che le autorità del Belgio risponderanno positivamente e nel minor tempo possibile.”

Il Mandato di arresto europeo (EAW), con le sue procedure rapide e le richieste di estradizione soddisfatte rappresenta indubbiamente un successo in questo campo. Il meccanismo è stato approvato nel 2002 e successivamente messo a punto per perseguire i sospetti terroristi dopo gli attentati di Madrid del 2004 e quelli di Londra del 2005.

Nel caso di Salah Abdeslam, la procedura di estradizione semplificata ha funzionato al punto che il suo avvocato non è riuscito a impedire il trasferimento del suo cliente dal Belgio alla Francia, luogo in cui aveva commesso gli attentati.

Di fatto oggi si può dire che con l’EAW chiunque commetta un grave crimine nell’UE può essere velocemente fatto rientrare nel paese in cui il crimine è stato commesso per essere giudicato in base alla leggi e alle norme giuridiche là vigenti, senza pesanti gravi amministrativi.

Il principio del mutuo riconoscimento su cui si basa l’EAW è ora ampiamente adottato nella legislazione penale dell’UE. L’Unione ha adottato strumenti concernenti tutte le tappe della procedura legale, compresi quelli pre e post processuali (ad esempio il rafforzamento delle indagini finanziarie, la raccolta e lo scambio di prove, misure di supervisione, etc.).

Inoltre, l’Unione Europea ha sviluppato delle agenzie a supporto delle attività giudiziarie e di polizia a livello internazionale. Eurojust e Europol assistono gli Stati membri nella lotta al crimine transfrontaliero, mentre OLAF (l’Ufficio Anti-frode Europeo) svolge funzioni investigative indipendenti in materia di utilizzo fraudolento  dei fondi europei.

È però necessario dire che Europol e Eurojust non hanno ancora veri poteri operativi. Queste agenzie assicurano il coordinamento e la cooperazione fra gli Stati membri dell’UE nella lotta contro il crimine organizzato, ma questa sfera di attività resta ancora largamente una competenza nazionale e le politiche adottate dagli Stati raramente si inseriscono in una visione più ampia.

Insomma fra sicurezza e sovranità esiste una contraddizione che attende di essere superata, sia creando un modello di cooperazione permanente nell’ambito della giustizia e delle attività investigative, sia rafforzando le agenzie competenti e assicurando un flusso continuo di informazioni attraverso nuovi protocolli e memorandum fra i diversi attori coinvolti nella lotta antiterrorismo. Tutto ciò per evitare che in futuro, a seguito di eventuali attacchi terroristici, si creino di nuovo quelle incomprensioni e reciproche accuse come avvenuto tra Belgio e Francia durante la ricerca dei terroristi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

uno × due =