Cosa non è stato fatto per evitare la radicalizzazione islamista in Belgio

A placard reading Molenbeek with a “peace and love sign” is seen in a shopping street in the suburb of Molenbeek, after security was tightened in Belgium following the fatal attacks in Paris on Friday, in Brussels, Belgium, November 17, 2015. REUTERS/Yves Herman – RTS7K1A

Di Valerio Moneta

Gli attentati terroristici avvenuti a Parigi, Bruxelles e ora a Berlino, nonché la crisi siriana aggravatasi negli ultimi anni, hanno portato i governi europei e l’opinione pubblica a confrontarsi con un problema rimasto sopito per troppo tempo: quello della radicalizzazione islamista nelle periferie delle grandi città europee.

Il caso che più ha fatto parlare è stato quello del comune-quartiere di Bruxelles, Molenbeek, in cui si concentra un alto numero di elementi e circoli estremisti. Definita come la culla del reclutamento jihadista, nella quale si sono nascosti durante le ricerche della polizia gli attentatori di Parigi e Bruxelles, la tradizione islamista di Molenbeek inizia da più lontano. Infatti dal quartiere partirono personaggi coinvolti in diversi casi di terrorismo nel passato, dall’assassinio del comandante Massoud in Afghanistan nel 2001, alla strage di Madrid del 2004, all’attentato al Thalys Bruxelles-Parigi dell’agosto 2015.

Il caso di Molenbeek ha fatto sorgere diversi interrogativi e perplessità sulle politiche, anche culturali, applicate in Belgio. Politiche culturali che alla luce dei fatti hanno evidentemente fallito, data la situazione creatasi nella capitale istituzionale dell’Europa.

In effetti le politiche sull’integrazione messe in piedi dal Belgio, non hanno funzionato bene: perché è evidente che le seconde generazioni di immigrati non sono integrate nei contesti in cui vivono.

L’approccio multiculturalista, quello secondo il quale le diverse comunità convivono senza che venga chiesta l’integrazione dei singoli, è degradato nella creazione di ghetti. Inoltre il Belgio soffre di un apparato burocratico pesante, e dell’assenza di un approccio veramente nazionale.

La debole identità nazionale non facilita l’integrazione: il Belgio infatti non ha una vera e propria identità statale, ma i suoi abitanti si riconoscono nelle comunità che lo compongono, quella fiamminga e quella vallona. Il vuoto creato dall’assenza di una identità nazionale ha fatto crescere, per contro, l’identità religiosa.

A livello politico le divisioni tra le due comunità rendono più difficile rispondere in maniera efficace alle minacce terroriste. La stessa regione di Bruxelles è molto frammentata: infatti è costituita da 19 mini-municipalità con 19 sindaci e 6 distretti di polizia che spesso non si passano le informazioni l’uno con l’altro.

Secondo le più recenti stime, il Belgio risulta in cima alla lista dei paesi occidentali per numero di foreign fighters pro capite, infatti dei 589 belgi che hanno provato a raggiungere la Siria e l’Iraq, almeno il 75% è riuscita ad arruolarsi con l’IS. Dato assolutamente significativo per un paese al cui interno vivono circa un milione di musulmani.

I fattori per la creazione di questo fertile terreno per gli jihadisti sono molteplici: demografici, economici, educativi, politici e organizzativi.

Senza dubbio le condizioni ambientali critiche e le situazioni di esclusione sociale giocano un importante nel processo di radicalizzazione dei musulmani, specialmente dei giovani.

Nella capitale belga si stima che un abitante su tre sia di fede islamica. Il problema risiede nel fatto che molti belgi che si uniscono a gruppi terroristici non sono immigrati, ma cittadini le cui famiglie vivono in Belgio da diversi decenni, e ormai arrivate alle terze generazioni. Queste nuove generazioni vivono per lo più concentrate in alcune aree disagiate e marginalizzate e presentano un tratto comune: non si identificano né con i paesi di origine delle loro famiglie, né con il Belgio, ma con l’Islam che fornisce la base della loro identità transnazionale, del loro senso di solidarietà e della loro mobilitazione politica (in diversi casi anche militare).

Questo significa anzitutto che non vi è stata una efficace politica di integrazione culturale. Le difficoltà economiche hanno fatto aumentare, tra le minoranze, un sentimento avverso alla comunità belga. Non è un caso che la disoccupazione giovanile nel paese oscilli intorno al 20%, mentre raddoppia nel caso di Molenbeek, indice di una discriminazione sociale ed economica, etnica prima ancora che religiosa, esistente ai danni dei musulmani. E’ un dato di fatto che l’82% dei foreign  fighters belgi provengono da comuni il cui reddito pro-capite è inferiore alla media del Belgio.

L’assenza di un futuro prospero, la “ghettizzazione” nei quartieri periferici e la mancanza di politiche di integrazione veramente efficienti, il basso livello di istruzione raggiunto dai musulmani in Belgio (solo il 12% ha un alto livello di istruzione, mentre fra i non-musulmani la percentuale raddoppia) hanno fatto sì che si venisse a formare la visione di cittadini di “serie B”, incanalando questi fattori negativi verso la rivalsa per una società che non ha dato le opportunità sperate. Ad acuire il problema, il fatto che non esiste l’obbligo di imparare le lingue ufficiali del Belgio per gli stranieri.

Un altro elemento negativo è la politica intollerante che avrebbe offerto ulteriori motivazioni agli jihadisti che spesso basano sulla vittimizzazione personale il loro meccanismo di spinta alla radicalizzazione.

Il Belgio è stato più volte ampiamente criticato per l’insufficienza o l’esagerazione dei provvedimenti governativi al riguardo. Sebbene le autorità belghe abbiano preso alcune misure contro la radicalizzazione islamica – limitando la partecipazione politica agli islamisti, mettendo fuori legge il partito Sharia4Belgium e l’hijab, ed effettuando raid di polizia – si nota come sia inesistente una strategia a lungo termine ed un’uniformità a livello nazionale.

L’errore di considerare la presenza di comunità musulmane che vivono negli agglomerati urbani alla stregua di un problema contingente e limitato è stato probabilmente alla base di una mancata politica di integrazione e di predisposizione di adeguati canali di rappresentanza e mediazione politico-istituzionale.

Tutto ciò ha creato terreno fertile per la radicalizzazione e il reclutamento dei giovani musulmani, che, per essere messo in pratica, necessita di organizzazioni atte allo scopo, presenti sul territorio.

Si parla spesso di giovani che divengono foreign fighters attraverso pagine Facebook, blog o con la visione di alcuni film, con cui comincia un vero e proprio lavaggio del cervello. Non bisogna però dimenticare che esistono anche altri canali e meccanismi di reclutamento, senza siti web, senza logo e senza nome, che passano attraverso attività sportive, piccole attività criminali per reperire fondi per la jihad, oltre al proselitismo che avviene in carcere.

La questione della lotta alla radicalizzazione e al reclutamento evidentemente non può incentrarsi solo sulla repressione antiterrorismo. Ciò per una semplice constatazione: mettere al bando o arrestare dozzine di islamisti non è assolutamente sufficiente per prevenire il terrorismo. Assai più importante è comprendere i fattori chiave e la cause profonde di quella radicalizzazione che si trasforma in foreign fighters e attentati. Si tratta dunque di un problema interno, non importato dall’estero, che conferma la visione secondo cui ormai il terrorismo si combatte più dentro casa che a Raqqa o Aleppo.

Tale problema naturalmente non riguarda il solo Belgio, ma anche gli altri Stati membri dell’Unione Europea, che finora non hanno dimostrato di saper adottare effettive strategie nei riguardi della diaspora musulmana, lasciandola a rischio jihad.

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