La delicata transizione da Obama a Trump

Di Valeria Fraquelli

Il lungo periodo di transizione dalla presidenza di Obama all’insediamento ufficiale del nuovo Presidente Donald Trump è stata forse una delle più attese che la Storia ricordi.
La cerimonia che si terrà oggi 20 gennaio, è un momento delicato non solo per le innumerevoli minacce alla sicurezza ma soprattutto per le tensioni che l’hanno preceduta in queste settimane.
Le accuse reciproche e le attività diplomatiche talvolta considerate degli ultimi battiti dell’amministrazione Obama hanno contribuito a creare una sempre maggiore distanza tra il Presidente uscente e quello eletto.

Obama e Trump, del resto, non potrebbero essere più diversi, lo si evince dalla campagna elettorale anche se condotte in due momenti storici diversi.
Il Presidente in carica Obama è decisamente incline al fronte diplomatico, durante tutti i suoi otto anni di permanenza alla Casa Bianca ha sempre cercato di dialogare e di venire a patti anche con Paesi come l’Iran e Cuba che tradizionalmente sono considerati ostili agli Stati Uniti e ha sempre incoraggiato i ricongiungimenti famigliari degli immigrati già presenti in territorio statunitense.
Diverso per la retorica di Trump più diretta e  meno politicamente corretta ma incentrata sui temi che il popolo americana vuole fare davvero suoi come immigrazione ed economia nazionale.

Sul fronte della politica estera  L’accordo sul nucleare con il governo iraniano firmato dall’amministrazione Obama insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania è stato subito bollato da Trump come assolutamente negativo perché l’Iran è, secondo il nuovo Presidente, uno dei Paesi che maggiormente hanno sponsorizzato il terrorismo internazionale e non si può escludere che utilizzi l’uso pacifico del nucleare come scusa per costruire armi di distruzione di massa.

Si può dire che per quanto riguarda l’intera politica per il Medio Oriente il duello tra Obama negli ultimi giorni della sua presidenza e Trump sia più che mai acceso: Obama ha cercato durante gli anni del suo mandato di smorzare i toni e di mettere fine alla guerra tra israeliani e palestinesi implementando la soluzione dei due Stati che prevede la creazione di uno Stato israeliano e di uno Stato palestinese come due entità distinte. La storica astensione del governo statunitense durante una votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha permesso l’approvazione di uno stop a nuovi insedimenti israeliani in territorio palestinese è stata vista dal Presidente eletto come uno schiaffo inaccettabile agli storici alleati israeliani; Trump ha promesso al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si è sentito abbandonato dagli Stati Uniti, di proteggere Israele dalle aggressioni palestinesi e ha annunciato l’intenzione di volere spostare l’Ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme come ulteriore segno di vicinanza al popolo israeliano.

La questione più spinosa rimane quella dei rapporti con la Federazione Russa di Vladimir Putin; negli ultimi mesi del mandato di Obama i rapporti tra Washington e Mosca sono precipitati ai minimi termini e la tensione tra le due potenze è salita al punto di fare parlare gli analisti politici di una nuova guerra fredda. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e le sanzioni comminate dalle Nazioni Unite sotto pressione statunitense per avere invaso il territorio di uno Stato sovrano, il gelo è tornato a dividere Stati Uniti e Russia, e il fatto che Trump abbia buoni rapporti con le alte gerarchie russe non ha fatto che aggravare la situazione. Obama, soprattutto nell’ultimo periodo del suo mandato presidenziale, ha dipinto la Russia come un potenziale aggressore contro cui bisogna fare tutto il possibile per difendersi e ha sfruttato le paure dei Paesi dell’est Europa per mettere in campo una serie di esercitazioni NATO molto vicine al confine russo che hanno immediatamente suscitato le ire del Cremlino.

Le accuse rivolte a Putin da Obama di avere ingaggiato esperti hacker per interferire con il sistema di voto per favorire la vittoria del candidato repubblicano hanno scatenato un’ondata si sdegno da parte di Mosca che si è dichiarata estranea ai fatti. L’amministrazione uscente ha deciso di punire duramente i diplomatici russi presenti negli Stati Uniti e ha espulso trentacinque di loro definendoli persone non gradite e accusandoli di spionaggio e di gravi interferenze con il sistema democratico statunitense; sono stati chiusi anche due ritrovi abituali del personale diplomatico russo. Il rinnovo delle sanzioni alla Russia deciso alla fine di dicembre sembra un’altra tegola che l’amministrazione uscente vuole lasciare al nuovo Presidente, giudicato troppo compromesso con i poteri forti russi; l’amicizia tra Trump e alcuni dei suoi più stretti collaboratori e Putin è malvista dalla maggior parte dell’establishment politico statunitense che fa di tutto per ostacolarla e danneggiare in questo modo i piani di politica estera del nuovo governo.

La questione dei rapporti con la Russia si intreccia strettamente alla diversa concezione del ruolo dell’Alleanza Atlantica di Obama e Trump: per Obama la NATO ha un importante ruolo strategico di protettrice della pace, mentre Trump pensa che sia una organizzazione ormai obsoleta le cui regole devono essere cambiate.

Nonostante tutti i tentativi dell’amministrazione uscente per minare i buoni rapporti che intercorrono tra Donald Trump e Vladimir Putin, i due leader stanno cercando faticosamente di trovare un accordo per combattere insieme il terrorismo internazionale, soprattutto in Siria; il fatto che il capo del Cremlino abbia invitato il nuovo Presidente alla conferenza per la pace in Siria che si terrà il 23 gennaio ad Astana, capitale del Kazakhstan e a cui parteciperanno anche Iran e Turchia, è un segnale del fatto che con l’insediamento di Trump potrebbe iniziare una nuova era di collaborazione tra le due potenze.

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