La radicalizzazione jihadista nelle carceri italiane

Di Valerio Moneta

La presumibile radicalizzazione nelle carceri italiane di Anis Amri, ritenuto l’autore della strage di Berlino dello scorso 19 dicembre, ha riaperto il dibattito sul rischio del proselitismo di matrice islamista all’interno degli istituti penitenziari del nostro paese.

Già ad agosto 2016 il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva riferito come vi fossero 345 detenuti interessati dal fenomeno della radicalizzazione in carcere, di cui 153 classificati a forte rischio. Analogo allarme aveva lanciato quattro mesi prima il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parlando di 500 minori a rischio Jihad, definendo tuttavia la situazione italiana probabilmente meno critica rispetto a quella francese o belga.

Certo è che in assenza di una adeguata strategia di prevenzione e controllo della radicalizzazione jihadista, nel giro di poco tempo si potrebbe andare incontro ad un aumento di soggetti radicalizzati pronti a passare nelle file del terrorismo.

Negli ultimi anni, a seguito dell’aumento dell’attività del radicalismo islamico in Europa, è stata posta una particolare attenzione sulla presenza e la condizione di persone di fede islamica negli istituti di pena. Secondo i più recenti dati in nostro possesso, in Italia su 54.195 detenuti presenti, 18.311 erano stranieri, ovvero circa il 35% del totale, percentuali non dissimili da quelle che si registrano in paesi come Spagna, Germania, Svezia, Paesi Bassi.

Da un punto di vista religioso, tra gli stranieri in regime di detenzione, la religione islamica è quella prevalente, considerata la particolare consistenza di detenuti provenienti dal Nord Africa. Si può quindi stimare ad oggi che un detenuto straniero su tre sia musulmano, sia pure nelle differenziazioni religiose interne e nella complessità di questa realtà.

In questo contesto, reso problematico dalle condizioni di sovraffollamento e di carenza di personale penitenziario nelle carceri italiane, si crea un terreno più favorevole al fenomeno della radicalizzazione, che può espandersi a causa di una carente risposta da parte delle istituzioni. La stessa separazione logistica dei detenuti su base etnica all’interno dei carceri, presenta degli aspetti negativi riguardanti la possibilità di indottrinamento e proselitismo jihadista da parte di capi carismatici o “veterani” nei confronti di elementi giovani o che scontano pene per reati minori.

Secondo un’analisi svolta dalla FBI, il processo di radicalizzazione, dalla conversione sino alla jihad, attraverso quattro stadi.

Il primo, è quello della pre-radicalizzazione, che si basa su fattori interni ed esterni specifici per ogni individuo. Vi sono diverse motivazioni (frustrazioni, insoddisfazioni, discriminazioni razziali) e modalità di conversione, come ad esempio una reinterpretazione della fede islamica in senso più estremista,  che agiscono in questa fase sull’individuo. All’interno di questo stadio si situa il momento del contatto con individui carismatici o membri di sette islamiste con capacità operative che influenzano il soggetto. Non tutti gli individui mostrano però segni evidenti di radicalizzazione, poiché la conversione non significa necessariamente radicalizzazione.

Il secondo stadio è quello dell’identificazione, nella quale l’individuo si immedesima nella causa islamista e accetta la sua ideologia radicalizzata. Con ciò si realizza un processo di distacco dalla vita precedente, cambiano le abitudini, il modo di vestirsi, l’aspetto. Assieme a una sorta di training religioso comincia anche un apprendistato pratico, sotto la guida di imam o membri esperti. Nei soggetti in libertà questa tappa comprende esperienze di viaggio all’estero.

Il terzo stadio è quello dell’indottrinamento, nel quale l’individuo agisce come parte di un gruppo o all’interno di un ambiente jihadista, rafforzando la sua identità sociale. Man mano l’attività all’interno del gruppo cresce e l’individuo inizia a svolgere a sua volta proselitismo. E’ a questo livello che il soggetto viene convinto che la sua azione è richiesta a sostegno della causa comune.

L’ultimo stadio è quello dell’azione, nel quale l’individuo s’impegna in attività terroristiche, che possono anche essere non-violente (es. propaganda, reperimento o trasferimento fondi). Di solito agisce in un nucleo operativo. Ogni azione necessita di preparazione, pianificazione ed esecuzione.

E’ importante osservare che ogni fase è distinta dalle altre. Si tratta di un processo fluido, dinamico, di cambiamento religioso e individuale che non segue un programma prestabilito. All’interno di questo processo un musulmano radicalizzato può non raggiungere mai lo stadio finale, quello dell’azione. Anche nella fase finale, persino al momento di passare all’azione, un soggetto reclutato può interrompere il processo di partecipazione agli attentati. Ciò è importante ai fini di un intervento di prevenzione.

Ovviamente un soggetto radicalizzato in carcere nel momento in cui esce dal circuito penitenziario può svolgere diverse attività a favore dell’organizzazione jihadista (dal finanziamento al reclutamento, dalla preparazioni all’esecuzione di attacchi armati).

Le case di reclusione rappresentano quindi aree sensibili rispetto al pericolo di radicalizzazione. Per cercare di prevenire questo problema, il principale strumento di cui si può disporre è quello di creare le condizioni affinché i detenuti musulmani possano vivere la propria religiosità in maniera dignitosa, concedendo spazi per la preghiera collettiva e allo stesso tempo realizzare un’attività di intelligence con il fine di rilevare modifiche comportamentali sospette o pericolose. Ogni cambiamento o modifica dell’aspetto o dei comportamenti deve dunque essere oggetto di un’attenta osservazione da parte delle autorità, affiancando a ciò la necessità di riconoscere le differenze culturali e religiose.

Recentemente il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il ministro dell’Interno Minniti, hanno sottolineato l’importanza della vigilanza e della prevenzione in carcere. Il fenomeno della radicalizzazione è infatti per sua stessa natura in evoluzione, e le sue forme cambiano in modo significativo e in tempi molto rapidi. A tal riguardo è stata evidenziata la necessità di un di una deradicalizzazione, attraverso un processo di canalizzazione di soggetti violenti o foreign fighters in un percorso di integrazione. Per questo motivo la deradicalizzazione andrebbe affidata a esperti che sappiano tenere insieme più aspetti tra cui quello medico, assistenziale e sociologico.

Un’efficace strumento per evitare una radicalizzazione imponente dei soggetti islamici a rischio potrebbe essere una più stretta collaborazione tra le istituzioni e le comunità islamiche dei paesi occidentali. Un aumento del dialogo e una costruttiva conoscenza delle reciproche differenze potrebbe avere una duplice funzione: da una parte non far passare il messaggio di una generalizzazione negativa dell’islam verso l’opinione pubblica; dall’altra promuovere un’attività di condanna da parte dell’islam moderato verso le organizzazioni terroristiche e i loro seguaci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quattordici − otto =