Come le relazioni tra Stati Uniti e Russia influenzano la guerra in Siria

 

di Valeria Fraquelli

La guerra in Siria dura ormai da cinque anni e ancora non si riesce a trovare un accordo che soddisfi tutte le parti chiamate in causa così da riportare la pace nel Paese. Sono stati fatti molti tentativi di pacificazione ma nessuno, dal primo appello contro la violenza del Vetice G8 di Deauville del 26 maggio 2011 fino all’incontro per la pace il 2 dicembre di quest’anno a Roma al Forum Med 2016, è andato a buon fine, anche se nelle ultime ore sembra che sia stato raggiunto un compromesso per una tregua almeno per la città di Aleppo. La capitale della Siria, Damasco, è già saldamente nelle mani dell’esercito regolare siriano e gli scontri a fuoco con i ribelli sono quasi del tutto cessati; fatta eccezione per qualche piccola sacca di resistenza si può dire che la città sta tornando ad essere abbastanza sicura.

All’inizio quella siriana sembrava una guerra civile tra fazioni pro e contro il regime del Presidente Bashar Al-Assad ma dopo poco tempo anche altri attori internazionali sono entrati in quello  scenario complicato in cui si intersecavano gli interessi di tanti Paesi che avevano ed hanno condizionato nel bene o nel male il conflitto.

Le due potenze che sin da subito hanno fatto sentire maggiormente la loro voce e la loro presenza in territorio siriano sono state  Stati Uniti e Russia, ognuna portatrice di interessi molto diversi e in forte contrasto tra loro. I rapporti tra i due Paesi, già molto tesi dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e le sanzioni comminate contro di essa da parte delle Nazioni Unite, si sono fatti sempre più conflittuali e questo ha influenzato negativamente l’esito dei vari colloqui di pace e incontri che si sono tenuti fino ad ora sulla Siria.

È indubbio che l’andamento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia abbiano avuto e abbiano ancora un grande impatto sull’evoluzione della situazione in Siria perché nel mondo contemporaneo questi due  rimagono gli unici Paesi non mediorientali in grado di influenzare il conflitto; dopo cinque anni, infatti, si può dire che quello siriano è diventato il terreno su cui si sta combattendo una vera e propria guerra per procura tra le due potenze. Le potenze regionali come Emirati Arabi, Iran e Turchia hanno anche loro interessi in Siria: i primi due vogliono estendere l’influenza sunnita nel caso degli Emirati e sciita nel caso dell’Iran sulla regione, mentre la Turchia vuole impedire a tutti i costi la creazione di uno Stato curdo autonomo.

La Russia, da sempre alleata con il regime di Damasco che gli garantisce l’uso della grande base navale di Tartus e quindi un importantissimo sbocco sul Mediterraneo, si è sempre dichiarata favorevole ad un nuovo assetto politico ed istituzionale della Siria ma solo se questo avesse incluso anche la famiglia Assad. Gli Stati Uniti, al contrario, sono da sempre accerrimi avversari del Presidente e si sono sempre battuti per creare una nuova Siria democratica, in cui il regime doveva essere soppiantato da un governo eletto attraverso una consultazione elettorale libera. Sin dall’inizio si è venuto a creare un clima di reciproca diffidenza e ostilità tra le due potenze in cui la Russia ha accusato gli Stati Uniti di sostenere alcuni gruppi di ribelli che si definiscono moderati ma in realtà sarebbero terroristi, mentre il governo di Washington ha rinfacciato a Mosca di aiutare un capo di Stato sanguinario, colpevole di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra e contro l’umanità.

Con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, tuttavia, le cose potrebbero cambiare perché il nuovo presidente ha manifestato più volte l’intenzione di collaborare con Putin per porre fine al conflitto e sconfiggere una volta per tutte il terrorismo internazionale. Il presidente eletto sin dall’inizio della sua campagna elettorale non ha mai fatto mistero della sua preferenza per la politica estera del capo del Cremlino rispetto a quella del suo predecessore Obama ed ha sempre pensato che fosse più saggio collaborare con la Russia nella lotta al terrorismo piuttosto che isolarla imponendole sanzioni gravose. Per Trump il nemico non è rappresentato dalla Russia o da Bashar Al Assad ma da tutte quelle formazioni islamiste che compongono il variegato scenario delle fazioni siriane e questo influenza il suo atteggiamento per quanto riguarda un probabile nuovo assetto della Siria dopo la guerra.

Questo tentativo di distensione tra Stati Uniti e Russia non potrà non avere effetti anche sull’intricato rebus siriano: un accordo tra i due Paesi potrebbe portare all’elaborazione di una strategia comune concreta contro l’IS e quindi alla fine del conflitto. Mentre la grande diplomazia internazionale si muove molto piano e non riesce a giungere a risultati concreti, a risentire più di tutti della tensione sono i civili siriani che vivono in condizioni disastrose, senza beni di prima necessità e senza i servizi di base come elettricità, gas e acqua corrente, intrappolati in una morsa tra la paura delle bombe e degli attentati del sedicente Stato islamico.

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