L’unione fa la forza? Il G5 per lo sviluppo del Sahel

Di Roberta Lunghi

Si chiama G5 del Sahel la nuova organizzazione regionale pensata per coordinare le politiche di pace, sicurezza, sviluppo e cooperazione tra i cinque paesi confinanti in questa parte dell’Africa sub-sahariana, che si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Creato il 16 febbraio 2014 dai presidenti del Mali, del Niger, del Burkina Faso, del Ciad e della Mauritania, riuniti nella capitale di quest’ultima, Nouakchott, il G5 è composto da Stati tra loro simili nelle caratteristiche fisico-naturali, negli indicatori di sviluppo socio-economico e anche nella storia, nella cultura e nel ruolo strategico-politico. Le somiglianze che li caratterizzano hanno permesso la nascita di uno spazio d’incontro e di confronto sulle fragilità strutturali che li accomunano, comprendendo la necessità di mutuo soccorso per lottare contro la desertificazione, l’insicurezza alimentare, il deficit demografico, l’emigrazione illegale, la povertà, la discriminazione delle donne, il cambiamento climatico, il sottosviluppo economico, la corruzione politica, il terrorismo e il crimine organizzato.

La regione del Sahel è stata fortemente destabilizzata dalla caduta del regime di Gheddafi in Libia nel 2011, diventando un covo di mercenari e combattenti di gruppi jihadisti, nonché una zona “franca” in cui transitano armi e droga. La regione è diventata una delle principali rotte di scambi e traffici di ogni genere, ma soprattutto bastione di alcune organizzazioni terroristiche di matrice islamista, in particolare Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). La crisi è in parte rientrata con l’intervento militare delle truppe francesi e con il contributo di soldati africani, confluiti in una missione delle Nazioni Unite (Minusma) ancora operativa. Il conflitto in Mali ha avuto ripercussioni negative sulla sicurezza dei paesi confinanti, sia il Niger che l’Algeria sono stati infatti colpiti da attentati terroristici ai danni di infrastrutture produttive e cittadini stranieri. Il Sahel, che rappresenta oggi il crocevia dell’instabilità africana, vede significativamente rivendicazioni di natura religiosa, sostenute da gruppi armati, intrecciarsi a istanze socio-economiche legate alla marginalizzazione delle regioni settentrionali del Mali, e comunitarie, in relazione alle ribellioni autonomiste e secessioniste da parte delle comunità tuareg. In Nigeria e nel bacino del lago Ciad, l’insurrezione armata di Boko Haram è alimentata da motivazioni sociali e politiche, accanto alle ragioni di mobilitazione ideologica fornite dal fondamentalismo islamico. Il fattore religioso in Africa è una forte base per conflitti e dopo il 1989 si è assistito a un importante ritorno della religiosità, la cui eterogeneità non facilita la situazione. Il continente nero è suddiviso tra una zona a predominio islamico – quella che dal Sahara penetra fino al Sahel– e più a sud zone a prevalenza cristiana, quest’ultima mescolata a culti locali detti animisti. Favoriti dalla debolezza degli apparati statali e securitari, oltre che dall’assenza di prospettive di sviluppo socio-economico, i gruppi jihadisti contribuiscono a loro volta ad alimentare la fragilità politica e istituzionale degli Stati saheliani, incapaci di fornire una risposta adeguata alle minacce poste dal terrorismo, tanto da un punto di vista politico e sociale, quanto sotto un profilo militare. Tra i fattori all’origine della diffusione del radicalismo islamico nella regione ritroviamo anche la corruzione delle autorità statali e dei funzionari locali, la forte marginalizzazione economica e sociale delle regioni periferiche nell’ambito delle costruzioni statali, le reti di traffici illegali proliferati in assenza di controlli e la porosità delle frontiere saheliane. Inoltre, l’instabilità diffusa nella fascia del Sahel ha spinto i paesi occidentali, soprattutto la Francia, a impegnarsi militarmente nella regione, anche con motivazioni economiche e strategiche. La comunità internazionale ha promesso ai cinque paesi in questione aiuti non solo diplomatici, ma anche finanziari: un’ulteriore motivazione che ha spinto Nouakchott, Ouagadougou, Bamako, Niamey e N’Djamena a unire le proprie forze.

Tra le decisioni prese dall’organizzazione, la prima è stata quella di lanciare operazioni militari congiunte con le truppe francesi nelle operazioni Serval e Barkhane con lo scopo di sorvegliare i confini tra gli Stati, spesso trascurati dalle autorità centrali, controllando gli spostamenti dei militanti jihadisti. Al fine di sostenere questa collaborazione, i cinque capi di Stato hanno firmato nel novembre del 2015 un Partenariato militare per la cooperazione transfrontaliera che, insieme all’istituzione di un Comitato di difesa e di sicurezza, rappresentano le iniziative più concrete portate avanti dall’organizzazione. Molti progetti di cooperazione allo sviluppo sono stati promossi da diversi Stati occidentali e si aggiungono alla strategia di contenimento del fenomeno terroristico nell’aerea saheliana. Si tratta di azioni di organismi internazionali bilaterali o multilaterali, come le agenzie delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, che ha attivato il Fondo fiduciario d’emergenza per l’Africa sotto l’impulso del Presidente della Commissione europea Junker, dopo il Summit UE della Valletta tenutosi nel novembre 2015, indirizzando gli aiuti verso il Corno d’Africa, il Sahel, il Lago Ciad e l’Africa del Nord con l’obiettivo di promuovere la stabilità e soprattutto la gestione dei flussi migratori sia intra-africani che verso l’Europa. L’apertura di questa iniziativa, che prevede un budget di 1,8 miliardi di euro, costituisce la direzione che l’Unione europea intende perseguire in un’ottica di stabilizzazione dell’area e di regolazione dei flussi migratori. Il Piano d’azione per il Sahel dell’Unione europea 2015-2020 focalizza la propria attenzione sulle stesse priorità del G5 del Sahel: creare una regione ricca e stabile nel cuore dell’Africa sia nell’economia, ma anche nella società e nella cultura, dove possano regnare pace e sicurezza, le quali a loro volta si dovranno fondare su uno stato di diritto e sulla democrazia. In questo modo sarà possibile stimolare la nascita di una comunità moderna, innovativa e tecnologica, sempre più unita e solidale.

Per quanto riguarda la materia di sviluppo, il G5S ha elaborato una strategia suddivisa in piani d’azione pluriennali che saranno resi attivi attraverso un Programma d’investimenti prioritari. La messa in atto di questa strategia si trova, però, ad affrontare due ostacoli: i limiti del sostegno pubblico allo sviluppo nella regione e l’insicurezza che porta l’argomento in secondo piano. Il deficit operativo mostra così la vera natura dell’organizzazione, nata perlopiù con competenze riflessive e di coordinazione politica e tecnica delle attività regionali, al fine di attirare l’attenzione globale sulla condizione in cui vive la regione saheliana. La situazione generale è in netto peggioramento, come del resto è anche confermato dal Rapporto dello UNDP, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, per via dei dati dell’Indice di Sviluppo Umano per l’anno 2015, secondo il quale la Mauritania è al 156°, Niger e Ciad sono entrambi scesi rispetto all’anno precedente, rispettivamente 188° e 185°, mentre il Burkina Faso occupa il 183esimo posto e il Mali il 179esimo. Il contributo dell’organizzazione resta comunque importante per tre motivi: il primo consiste nel portare le questioni della regione al di fuori dei confini nazionali, rafforza i rapporti e la cooperazione tra gli Stati e consente, inoltre, di portare avanti strategie e proporre soluzioni.

D’altro canto, invece, le potenze mondiali scelgono di sostenere la causa dell’organizzazione perché mosse da svariati interessi; il governo parigino ha compreso l’importanza di queste terre e oltre a combattere i vari gruppi integralisti, cerca attraverso queste operazioni di mantenere la sua egemonia storica contro la presenza crescente di nuovi attori quali la Gran Bretagna, la Cina e, in particolare, gli Stati Uniti. Una parte importante del fabbisogno petrolifero statunitense proviene, infatti, dalle raffinerie africane e l’Eliseo ne è ben consapevole; i vari interventi degli ultimi anni in Ciad, Costa d’Avorio, Mali e Repubblica Centrafricana, garantiscono indirettamente la salvaguardia di interessi strategici, possibilmente limitando l’accesso ad altri attori. Il Ciad, la Mauritania, l’Algeria e il Burkina Faso sono produttori di petrolio e il Mali, oltre ai giacimenti di petrolio, è l’ottavo produttore di oro al mondo.

Il fallimento o, in termini meno pessimistici, l’inefficacia dell’operato del G5 del Sahel sarà ancora una volta il risultato della competizione tra le potenze mondiali e del prevalere di interessi superiori, quali lo sfruttamento dei Paesi del Terzo Mondo come fonte d’energia e di ricchezza?

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