Il neocolonialismo francese combatte la minaccia jihadista in Mali

Di Roberta Lunghi

Il Mali è uno dei Paesi più poveri al mondo, del quale se ne parla ben poco nonostante sia una delle principali fonti d’origine dei flussi migratori africani che cercano di raggiungere l’Europa per fuggire da una realtà dominata da guerre civili, fame e minaccia jihadista. Ex colonia francese e indipendente dal 1960, dopo aver vissuto fra il 1992 e il 2012 un ventennio di promettente democrazia, la Repubblica del Mali è stata messa in ginocchio dalla guerra civile e dal colpo di Stato militare che l’ha sconvolta fra il 2012 e il 2013, e da una ripresa degli scontri nella primavera del 2014.

Il Mali si è affermato nel corso degli anni Novanta e dei primi Duemila come uno Stato democratico politicamente stabile e in crescita economica, un modello per l’Africa occidentale. La situazione è cambiata radicalmente nel 2012 in seguito alla ribellione dei tuareg, una popolazione berbera del Nord che ha sempre reclamato l’indipendenza dal Mali della regione settentrionale dell’Azawad. Molti di loro avevano combattuto al fianco di Gheddafi in Libia e dopo la sua sconfitta erano tornati nella regione d’origine addestrati e armati. Una volta tornati in Mali hanno proclamato il loro Stato indipendente dell’Azawad, ma per farlo si sono appoggiati ai gruppi di salafiti cresciuti nel deserto, Ansar Dine (Difensori dell’Islam), legati alla rete di al-Qaeda nel Maghreb islamico, e il Mujao (Movimento per l’unicità e il jihad nell’Africa Occidentale). Il governo del presidente Tourè è stato rovesciato da un colpo di Stato da parte dei militari che, insoddisfatti per la sua gestione della ribellione, hanno instaurato un governo di transizione per portare il Paese fuori dalla crisi. L’alleanza tra tuareg e jihadisti si è presto rotta e gli islamisti hanno preso il controllo di alcune città, in cui è stata instaurata la sharia: ciò ha provocato l’inizio dei flussi migratori. Nel gennaio del 2013 il governo del Mali, di fronte alle minacce jihadiste di un attacco alla capitale Bamako, si è rivolto all’ex-colonizzatrice Francia per ottenere un intervento militare contro l’Azawad. L’Ecowas, la Comunità economica dei Paesi dell’Africa occidentale, diede il suo benestare all’intervento europeo, avviando l’Operazione Serval. Le ostilità sono state aperte dalla Francia che, assieme alle Forze Armate del Mali, ha fronteggiato le falangi islamiste; solo in un secondo tempo l’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Canada sono intervenuti a supporto delle truppe francesi, fornendo aeromobili e uomini per garantire continui approvvigionamenti alle prime linee e per addestrare le Forze di Sicurezza locali, come prevedeva la missione EUTM Mali (European Union Training Mission).

L’offensiva francese si è conclusa il 15 luglio del 2014, tuttavia l’impegno militare francese, europeo e statunitense non si è fermato, in quanto il Mali rimane un sorvegliato speciale degli equilibri internazionali. L’intervento francese ha comunque portato a un accordo di pace con i tuareg e a nuove elezioni democratiche, vinte dall’attuale presidente Ibrahim Boubakar Keita. La situazione però non si è stabilizzata: il cessate il fuoco è stato rotto già nel settembre successivo quando sono stati compiuti attentati dai separatisti tuareg e dai fondamentalisti islamici contro civili e operatori delle Nazioni Unite impegnati nella stabilizzazione del paese. Il governo ha risposto con dure rappresaglie ed è stato spesso accusato di violazione dei diritti umani. Nel 2014, si è costituito il cosiddetto G5 Sahel (composto da Burkina-Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger), una forma di cooperazione per rispondere in modo coordinato alle sfide alla sicurezza che interessano l’area, prime tra tutte quelle poste dai gruppi terroristici; la Francia, su richiesta dei Paesi componenti il gruppo, contribuisce attraverso l’Operazione Barkhane, composta da circa 400 mezzi e 3000 uomini stanziati in Mali e Ciad, ma che possono essere rischierati in zone diverse se necessario.

Il Mali, specialmente nella zona settentrionale, si presenta ormai da tre anni come il teatro di una guerra civile fra tre fazioni: il governo di Bamako, i tuareg e gli jihadisti vicini ad al-Qaeda. E’ parte integrante del fronte africano, un sito nel quale le forze jihadiste stanno tentando di prender piede già da qualche anno. Di recente, la minaccia jihadista nata nel deserto ha mostrato segni di espansione verso sud, attraverso il fiume Niger e fino al Mali centrale e meridionale: a marzo del 2015 il bar La Terrasse, molto frequentato dagli stranieri, è stato colpito da un attentato, così nell’agosto dello stesso anno è stato attaccato l’Hotel Byblos nel centro del paese, dove alloggia spesso il personale dell’Onu. In seguito, l’attentato è stato attribuito a un gruppo del Mali centrale chiamato Fronte di liberazione del Macina (Flm). A novembre, gruppi armati hanno ucciso diciannove civili durante un assedio al Radisson Hotel a Bamako, in cui sono state tenute in ostaggio più di 150 persone, mentre nella serata del 21 marzo 2016 è stato preso d’assalto l’hotel di Bamako dove ha sede la missione d’addestramento dell’Ue.

Nel reclutamento dei jihadisti c’è una dimensione economica, oltre che politica. Le fila di questi gruppi sono piene di giovani poveri e senza diritti, privi di un senso di appartenenza nazionale e di prospettive per il futuro. Inoltre, questo aspetto viene esacerbato dall’aumento della violenza e dall’instabilità politica che in alcune zone del nord sfiora l’anarchia, oltre che dalle condizioni del territorio per il 60% desertico, dal continuo incremento demografico, dalla corruzione e dalla carenza di infrastrutture. Oltre un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà, l’80% della forza lavoro è impegnata nel settore agricolo e le attività produttive sono concentrate nelle zone intorno al Niger. L’economia del Paese si basa sull’esportazione di oro e prodotti agricoli e la situazione finanziaria dipende dal variare dei loro prezzi sul mercato internazionale. I team di UNHCR nel nord del paese hanno riferito di alcuni sfollati che hanno raccontato di aver abbandonato i propri villaggi per paura della violenza o del reclutamento forzato da parte di gruppi armati. Secondo UNHCR, il numero totale di sfollati interni nel 2015 in Mali ammontava a poco più di 100 mila persone, soprattutto nella parte settentrionale del paese. La regione di Timbuctu è la più colpita dai recenti movimenti di persone, con circa 53 mila nuovi sfollati registrati dalle autorità del Mali a partire da maggio dell’anno scorso. In aggiunta alle migrazioni forzate interne, un piccolo numero di rifugiati sta raggiungendo i paesi limitrofi: circa 137.500 maliani sono rifugiati nei paesi vicini, tra cui 33.400 in Burkina Faso, 52.000 in Mauritania e circa 50.000 in Niger.

Possiamo parlare di neocolonialismo francese? La presenza francese in Mali, e più in generale nella regione sub-sahariana e dell’Africa centrale, s’inserisce nel quadro politico più ampio delle relazioni tra il Paese e gli Stati che avevano fatto parte del suo impero coloniale in Africa. Françafrique è il termine utilizzato per descrivere quel complesso sistema d’interessi francesi in Africa occidentale, eredità del passato coloniale, che Parigi ha continuato a difendere per assicurare stabilità all’intera regione e per garantire le buone relazioni commerciali con i paesi che ancora gravitano sotto l’antico mantello coloniale. I piani di adeguamento strutturale e la declinazione locale delle politiche a favore dei paesi poveri particolarmente indebitati hanno avuto conseguenze disastrose per il Mali, traducendosi nella privatizzazione massiccia delle aziende del paese a beneficio di imprese multinazionali, in prima linea quelle francesi. La distribuzione di energia elettrica è passata sotto il controllo di società francese, presenti anche nel campo estrattivo, nello sviluppo tessile e nella gestione di terreni coltivabili. La corruzione e i traffici concentrati nel nord del paese, non solo finanziano i gruppi armati jihadisti, ma anche la gerarchia militare del Mali e il suo ceto politico. La Francia non ha mai smesso di sostenere l’ex presidente Touré, che è stato in grado dopo il colpo di Stato di restituire il potere ai civili, in condizioni di trasparenza e correttezza elettorali molto discutibili. In seguito, dopo aver compreso l’impasse del leader maliano nel combattere gli jihadisti, la Francia ha considerato il Movimento nazionale di Liberazione dell’Azawad come possibile esercito supplente per garantire la sicurezza degli impianti di estrazione e per contenere gli attacchi di Al Qaeda in Maghreb.

L’Europa comincia a esternalizzare le sue frontiere. Dopo l’accordo del marzo scorso con la Turchia, il 13 dicembre è stato firmato con il Mali il primo compact con un paese africano allo scopo di fermare, o almeno limitare, le partenze dei migranti e favorire il rimpatrio di chi ha visto respingersi la propria richiesta di asilo. L’intesa è la prima conseguenza del vertice Ue-Africa che si è tenuto a novembre del 2015 alla Valletta, Malta. Dietro il solito impegno nel contrasto dei trafficanti di uomini, l’accordo prevede un impegno da parte dell’Europa nel rafforzare i servizi di sicurezza del Mali, la possibilità che funzionari maliani agiscano in Europa aiutando le autorità nell’identificare i migranti del proprio paese e la fornitura di documenti per il rientro in patria. In cambio Bamako riceverà finanziamenti per 145,1 milioni di euro destinati a nove progetti finalizzati a favorire il lavoro giovanile. Anche se l’occupazione delle milizie islamiche sembra essere finita, la tensione nel paese africano resta alta, in modo particolare nelle regioni del nord. Nonostante questo, Bruxelles ritiene il Mali un paese sicuro verso il quale rispedire i migranti irregolari.

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